LA MONTAGNA SPOLETINA NELL’ANTICHITA’

L’area spoletina si inserisce nel territorio della Valnerina, luogo caratterizzato da alture dolci e scarse aree pianeggianti. 
Nei versanti scoscesi c’è la presenza della famosa macchia mediterranea, mentre nelle parti meno in pendenza si trovano boschi di querce, aceri e faggi. 
Il Nera, da cui prende il nome l’intero sistema di valli e montagne circostanti, è il fiume principale in cui confluiscono il Corno, il Vigi ed il Velino, che gettandosi nel Nera, danno vita alla splendida, quasi eterea, Cascata delle Marmore. 
La Valnerina rappresenta da secoli uno snodo molto importante, poiché è stata da sempre una frequentata via di comunicazione fra il Tirreno e l’Adriatico, e fu sfruttata come tratturo della transumanza appenninica, inoltre diversi ritrovamenti archeologici testimoniano come questi fossero luoghi già frequentati in epoca preistorica. 
Con i Sabini venne fondato il villaggio di Nortia, la moderna Norcia, che probabilmente ebbe origine dal nome etrusco latinizzato Northia, divinità della sorte. 
In epoca classica, i romani organizzarono i centri di NursiaCassia (Cascia) e l’area limitrofa in pagi (ripartizione territoriale rurale), suddivisi al loro interno in vici (aggregati di case e terreni), all’interno dei quali risiedeva un Magister appartenente al patriziato romano. 
Con la decadenza dell’Impero Romano, la Valnerina fu oggetto di numerose bonifiche non solo agricole ma anche spirituali. 
In questo contesto sono da ricordare Mauro ed il figlio Felice, che bonificarono la valle paludosa del Nera, mentre Spes, Eutizio e Fiorenzo furono i fondatori del cenobio della valle Castoriana, in cui San Benedetto, nativo di Norcia, acquisì la sua formazione spirituale. 
Successivamente con San Benedetto ci fu la trasformazione dei semplici eremi in grandiose abbazie, che non solo detenevano una grande valenza spirituale, ma rappresentavano importanti centri di ordinamento territoriale. 
Le abbazie divennero centri talmente importanti che Faroaldo II, duca di Spoleto dal 703 al 720, fu il promotore dei restauri dell’abbazia di Farfa e di quella di Ferentillo. 
Intorno al X secolo nelle alture circostanti iniziarono ad essere costruite le prime torri, con la conseguente formazione di piccoli villaggi fortificati, in cui risiedevano i feudatari. 
In questo momento storico iniziò il fenomeno dell’incastellamento, che proseguì fino al quattrocento. 
Nel XII secolo, sotto la giurisdizione del papato, iniziarono a sorgere i Comuni di Norcia e Cascia e nel XIII secolo i centri abitati si organizzarono in città possentemente murate, complete di edifici pubblici al loro interno. 
È in questo momento che mentre si sviluppano i centri abitati, nell’area circostante si assiste all’edificazione di numerose chiese, finanziate da una fiorente economia che si era venuta sviluppando grazie alla pastorizia, ai commerci e soprattutto alla fortuna delle famiglie legate al papato. 



LA ROCCA 
 
A dominare il paesaggio è la più imponente tra le rocche umbre, la Rocca Albornoziana, edificata sul colle Sant’Elia nel 1358 su commissione del cardinale Egidio Albornoz. 
In questi anni Spoleto era sprovvista di una struttura fortificata, poiché l’antica fortezza in piazza Moretti era stata scaricata da Enrico da Sessa, vescovo di Ascoli e cappellano di Egidio Albornoz. 
La Rocca si presenta di forma rettangolare, con due cortili: il Cortile delle Armi, con alte mura perimetrali sopra le quali si trova il cammino di ronda, ed il Cortile d’Onore, con un porticato rinascimentale a due ordini e sei torri con beccatelli, tra cui la Torre Maestra, alta 35 m che domina non solo la città ma tutta la valle spoletina. 
Nel Cortile d’Onore si trovano l’appartamento residenziale e gli uffici amministrativi; nel centro si trova un pozzo esagonale. 
La Rocca fu la residenza inizialmente dei rettori del Ducato di Spoleto, tra cui Gomez Albornoz ed Alvaro Albornoz, nipoti del cardinale che commissionò l’edificio. 
Nel 1383 se ne impadronì Rinaldo I Orsini, comandante anche della Rocca di Orvieto, costretto poi alla fuga a causa del suo mal governo. 
Insomma la vita della Rocca fu piuttosto movimentata, tanto che nel 1474 fu addirittura saccheggiata dalle milizie pontificie guidate dal cardinale Giuliano della Rovere, che diverrà poi papa Giulio II. 
Non va dimenticato che nel 1499 ospitò Lucrezia Borgia, come reggente del governatorato di Spoleto, Foligno, Assisi e Nocera. 
Il declino della fortezza iniziò intorno al XVI secolo, quando perse la sua importanza strategica e militare, tant’è che nel 1817 venne trasformata in un carcere e nel 1860 utilizzata come rifugio difensivo verso le truppe piemontesi. 
Nel 1997, grazie agli interventi di restauro sono stati portati alla luce notevoli cicli di affreschi risalenti al XV secolo. 

Rocca di Spoleto
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Il romanticismo dei manichini

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Nei Manichini la malinconia fa da padrona, infatti il soggetto del manichino va a rappresentare l’uomo privo di vita oppure una vita insoddisfacente. Annigoni con i manichini vuole esprimere la condizione umana dell’epoca, legata anche alle avanguardie del tempo, una figura … Continua a leggere

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L’introspezione romantica di annigoni

C’era una volta Palladio, 1971

Pietro Annigoni nasce a Milano nel 1910, e nel 1925 si trasferisce a Firenze con la sua famiglia per motivi di lavoro del padre. 
La sua prima mostra viene realizzata nel 1932, presso palazzo Perroni e nel 1947 insieme ai fratelli Xavier ed Antonio Bueno aderì al manifesto dei pittori moderni della realtà. 
Le sue tecniche pittoriche si ispiravano a quelle utilizzate nel Rinascimento, quasi creando un ponte tra passato e futuro, in netto contrasto con lo stile utilizzato nel Modernismo e nel Postmodernismo. 
Nelle sue opere si trova l’universo pittorico italiano e nordico, seguendo gli artisti da lui amati; da Masaccio a Raffaello, Giorgione, Rembrandt, Goya, Brugel, Bosch, Durer fino a David Friedrich, anche se nonostante queste ispirazioni, l’uomo che Annigoni va ad indagare ha analogie con Freud e De Chirico, Croce e Gentile. 
E’ bene sottolineare però che l’arte di Annigoni non è imitazione, ma più che mai si potrebbe indentificare come una costruzione Kantiana, cioè un incontro complesso tra l’uomo e la natura. 
Concetto importante per Annigoni è che l’opera d’arte è strettamente collegata ai mezzi impiegati per realizzarla, cioè la creatività dell’artista ed i materiali, ma al tempo stesso l’opera non è posseduta dagli strumenti. 
Anche negli innumerevoli soggetti religiosi, l’aspetto umano prevale sempre su quello divino, come è sempre presente un senso di solitudine, che favorisce un viaggio dentro di se e l’inquietudine sul destino dell’uomo; queste tematiche sono il fulcro delle Allegorie, dei Manichini e delle Solitudini. 

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